Generative Bionics ha portato il suo robot su una testata americana. Il 1 settembre Daniele Pucci, amministratore delegato della società, è stato ospite di theCUBE, la testata di SiliconANGLE che con il programma NYSE Wired collega lo studio di Palo Alto a quello di New York. L’intervista, condotta da John Furrier, fa parte della serie dedicata alla physical AI e alla robotica. Pucci era collegato da Bruxelles, dove si trovava per un evento, e non era solo: dopo un minuto di conversazione Gene01 è entrato in inquadratura e ha camminato verso di lui.
Il robot è stato sviluppato in sei mesi. La tecnologia che Pucci indica come fondamentale è il senso del tatto: una pelle sensorizzata di tipo capacitivo, sviluppata internamente, che misura la deflessione di due piastre metalliche e copre l’intero corpo della macchina. A questa si aggiunge un sensore di prossimità, che permette al robot di percepire la vicinanza di una persona prima ancora del contatto. È la combinazione dei due livelli, dice Pucci, a fare la differenza per una macchina destinata a lavorare accanto alle persone, e a marcare la distanza dall’approccio oggi prevalente: «Chi parla di modelli vision-language-action per i robot ha una visione troppo stretta. Un robot non è solo vista e linguaggio. È anche senso del tatto, interazione di forze».
Da questa impostazione discende il metodo di progettazione, che Pucci ha descritto per contrasto con la prassi corrente. Di solito, ha spiegato, si costruisce prima la meccanica e poi la si consegna a chi si occupa di intelligenza artificiale, e il risultato è un sistema sub-ottimale: un braccio che pesa troppo per il compito che dovrà svolgere. Generative Bionics progetta corpo e intelligenza come una cosa sola, lasciando che sia il compito a orientare la morfologia, perché sollevare una scatola e correre richiedono distribuzioni di peso diverse. Il lavoro si appoggia a librerie proprietarie che simulano l’evoluzione biologica e generano varianti di robot ispirate alla biomeccanica. Da qui il nome dell’azienda, e anche un limite operativo dichiarato con ironia: «dobbiamo evitare che il robot che generiamo abbia quattro gambe e tre braccia». Nel post pubblicato il giorno successivo, la società ha riassunto il concetto in una formula: the body shares the thinking, il corpo partecipa al pensiero. Usare la fisica della macchina per ridurre il carico di calcolo, invece di affidarlo interamente al software.
L’impostazione commerciale segue lo stesso criterio. «Non risolviamo problemi inutili» è il mantra che Pucci ha ripetuto: si parte dai casi d’uso industriali, si definiscono gli scenari in cui il robot dovrà operare, si raccolgono dati e solo dopo si sale verso il modello generale. I settori individuati sono cinque: sorveglianza, retail, manifattura, logistica, sanità. C’è poi un vincolo che, sostiene Pucci, quasi nessuno sta considerando:
«Un robot umanoide che salda non può essere lo stesso di un robot umanoide in ospedale. E questa non è solo questione di buon senso, John. La regolamentazione e la certificazione, di cui nessuna azienda sta tenendo conto in questo momento, non ti permettono di vendere per un cantiere navale lo stesso identico robot che vendi per la sanità.»
Per questo l’azienda lavora su una piattaforma modulare, nell’hardware e nel software, dalla quale derivare umanoidi specifici per ciascun settore, con design esterno, intelligenza artificiale, mani e piedi differenti.
Le date sono la parte nuova dell’intervista. Il primo Gene01 personalizzato per la saldatura sarà impiegato in un cantiere Fincantieri nel primo trimestre del 2027. In parallelo la società sta allestendo quello che descrive come il più grande impianto europeo di produzione di robot umanoidi. La priorità dichiarata da Pucci è la sicurezza certificata, condizione per un impiego su larga scala, e la missione resta quella che dà il senso a tutto il resto: amplificare gli esseri umani, non sostituirli. In un’Europa che invecchia, ha osservato, i robot umanoidi servono ad aiutare le persone ad affrontare le prossime sfide, a partire dall’assistenza agli anziani.
Alla fine del 2025 quella di Generative Bionics era una linea di ricerca sulla robotica umanoide condotta all’Istituto Italiano di Tecnologia, che sulla collina lavora sulle tecnologie per l’uomo. Oggi è un’azienda che discute la direzione della robotica mondiale su una testata americana e ha una data per portare il proprio robot dentro un cantiere navale. È il percorso che un parco tecnologico scientifico esiste per rendere possibile: ricerca che diventa impresa, e impresa che torna a misurarsi con il mercato internazionale.