Daniele Pucci a Fly Me To The Moon: Generative Bionics cerca a Genova il sito per produrre GEN.01

Daniele Pucci è il terzo ospite della nuova stagione di Fly Me To The Moon, il podcast di Mundys condotto da Riccardo Luna. In quarantaquattro minuti il CEO di Generative Bionics racconta come è arrivato a Genova, perché GENE.01 è pensato come base per robot diversi e dove l’azienda vuole costruirli: molto probabilmente a Genova, vicino a chi li progetta.

Il 6 ottobre Mundys ha presentato la seconda stagione di Fly Me To The Moon, il podcast condotto da Riccardo Luna e prodotto da MoST, registrato all’Innovation Hub dell’aeroporto di Fiumicino. Il terzo episodio è con Daniele Pucci, amministratore delegato di Generative Bionics, la società di robotica umanoide che ha sede agli Erzelli. Si può ascoltare su YouTube, Spotify e Apple Podcasts e sulla pagina della serie del Corriere della Sera.

Luna apre con un dato: nel 2100, secondo le proiezioni che cita, l’Italia avrà 36 milioni di abitanti. Vuol dire meno infermieri negli ospedali, meno operai nelle fabbriche, meno addetti nei magazzini. È il problema da cui Generative Bionics fa partire il proprio lavoro, e l’intervista ci torna più volte.

A Genova Pucci era arrivato per sei mesi. Dopo due dottorati in Francia aveva accettato una posizione temporanea all’Istituto Italiano di Tecnologia mentre cercava lavoro in Irlanda, dove viveva sua moglie. L’offerta irlandese è arrivata, pagata più del doppio, e lui l’ha rifiutata, perché quei sei mesi gli avevano fatto capire che la robotica teneva insieme tutto quello che aveva studiato. Negli anni successivi ha guidato iRonCub, l’umanoide che vola con motori a getto, sette anni di prove e tre piattaforme diverse prima di staccarsi da terra. Dal 2020 al 2023 ha coordinato ergoCub, il progetto finanziato da INAIL per portare un umanoide nei luoghi di lavoro e ridurre i disturbi muscolo-scheletrici di chi movimenta carichi.

La scelta di fondare un’azienda nasce da un calcolo sul tempo. Negli Stati Uniti gli investitori stavano concentrando capitali enormi su poche società, in Cina il sostegno pubblico era distribuito su molte. A quel ritmo, racconta Pucci, il robot sviluppato a Genova sarebbe diventato obsoleto in tre anni, e se nessuno avesse portato quella ricerca sul mercato l’Europa avrebbe avuto un’alternativa in meno.

Partire da Genova è stato un vantaggio, e Pucci lo misura con un fatto: alla nascita di Generative Bionics, in una settimana settanta persone lavoravano già sullo stesso file di progettazione del robot. Lo attribuisce alle competenze che la città ha accumulato intorno all’IIT. Sul capitale riconosce la distanza dai concorrenti americani. Arrivare alla produzione su scala, nella sua stima, costa mezzo miliardo, e il round da 70 milioni chiuso a dicembre 2025 ne copre una parte. A ridurre il divario ci sono dieci anni di ricerca già fatti: quando l’azienda è nata, il gruppo aveva costruito una sessantina di robot e sapeva già gestire produzione interna e acquisti.

Sul primo prodotto Pucci ribadisce la scelta che distingue l’azienda: un umanoide che prova a fare tutto, dice, «rischia di fare tutto male». GENE.01 è la base comune, modulare nell’hardware e nel software, da cui derivare robot per cinque segmenti, messi in ordine in base a quanto lavoro chiedono alle mani. Si comincia da sorveglianza e sicurezza, dove un robot con telecamere fa i giri di controllo e l’operatore resta al riparo; poi vengono manifattura, logistica, retail e sanità.

Luna racconta di essersi trovato davanti a un piccolo robot all’ingresso di un ristorante e di non essere riuscito a parlarci. Secondo Pucci quella macchina non era stata pensata per essere accettata, e per Generative Bionics l’accettazione richiede che un robot sia bello, aggraziato e sicuro. Sulla bellezza l’azienda lavora con Italdesign. La sicurezza passa anche dalla pelle sensorizzata che ricopre GENE.01, nata da una tecnologia dell’IIT e riprogettata dall’azienda: permette al robot di accorgersi quando una persona gli si appoggia, ed è per questo che Pucci considera il design una parte dell’intelligenza della macchina.

La parte più concreta dell’intervista riguarda la produzione. L’obiettivo indicato da Pucci è arrivare in circa tre anni e mezzo a una preserie da mille robot al mese, una trentina al giorno, e tra il quarto e il quinto anno alla produzione di massa. Il sito, dice, molto probabilmente sarà a Genova, e lo stanno cercando adesso. La ragione è pratica: la distinta dei componenti di GENE.01 non è ancora stabile per i diversi mercati, e finché resta così «chi progetta deve stare vicino a chi monta i robot». Pucci non esclude che in futuro una parte della produzione possa spostarsi altrove; oggi la priorità è non perdere tempo.

Nell’ultima parte il discorso si allarga all’Europa. Per Pucci la robotica umanoide va trattata come un’infrastruttura tecnologica del continente: macchine che girano per fabbriche, ospedali e case raccogliendo dati con sensori e telecamere, e di cui bisogna controllare la filiera dei componenti. L’Europa, sostiene, ha perso terreno quando ha delocalizzato la produzione dell’automazione, perché insieme alla produzione ha perso la capacità di passare dal prototipo al prodotto. Per recuperarla indica due mosse: investire sulle tecnologie nuove e affiancarle a partnership costruite sulle priorità europee.

L’episodio è uscito un mese dopo l’intervista a theCUBE e una settimana dopo il protocollo d’intesa con Eni.

Leggi anche: Eni e Generative Bionics firmano un’intesa →

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